Non è servita a nulla la lettera della presidente della Fondazione Coccia, Carmen Manfredda, con la quale chiedeva ai consiglieri di non votare le modifiche dello Statuto che regola il massimo teatro novarese (leggi qui), se non a inasprire lo scontro istituzionale. Lo Statuto, infatti, è stato approvato a larghissima maggioranza, con i voti favorevoli di tutti i gruppi, maggioranza e opposizione, tranne l’astensione dei 5Stelle.

Manfredda era presente in aula, quasi un leone in gabbia, addirittura cercando di intervenire quando le sembrava che si dicessero cose non giuste (stoppata dal presidente del consiglio, Gerardo Murante): ma il suo intervento è stato considerato un vulnus a un corpo elettorale eletto dai cittadini. Nel frattempo una lettera di due membri del Cda (Mario Monteverde e Stefano Bottacchi) accusavano la presidente di aver agito senza informare il Cda e che quindi la sua lettera era a titolo personale.

E anche nel merito le risposte del segretario generale Giacomo Rossi hanno confortato la tesi di chi ritiene sovrano il consiglio comunale: non solo, ma la riforma dello Statuto va nella direzione di adeguarlo alla normativa vigente e di correggere evidenti storture dle documento approvato dalla precedente amministrazione. E il sindaco Alessandro Canelli ha avuto il conforto di più di un legale.

E così Carmen Manfredda ha lasciato la sala con un inchino, ma di certo la storia non finisce qui.

Il Pd ha votato a favore pur sottolineando gli errori del sindaco Canelli: Sara Paladini ha ricordato come «la questione è stata portata all’attenzione del consiglio comunale solo per le insistente dei Dem. Ben vengano le modifiche dello Statuto, per poter fare finalmente chiarezza: la Fondazione ha scelto di mettersi contro la città, quando ci vuole condivisione e trasparenza». Trasparenza, a dire di Paladini, che non sempre c’è stata da parte della Fondazione, quando ad esempio ha affidato incarichi con contratti a lungo termini per la direzione artistica contro l’attuale statuto. E ha ottenuto l’approvazione di un emendamento che garantisce alla minoranza un posto nel futuro Consiglio di gestione.

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