Bruno Guasco: «Giorno della Memoria, ma non c’è solo Auschwitz»

Bruno Guasco, i cui scritti ospitiamo non di rado su questa testata e che il merito di non banalizzare nulla e spesso di andare controcorrente (cosa che, non lo nascondiamo, ci piace assai…), è intervenuto sul tema dell’Olocausto.

Come sempre, lo ospitiamo volentieri.

* * *

Gentile Direttore,

27 gennaio, giorno della memoria. Come ha scritto Liliana Segre – senatrice a vita della Repubblica nonché sopravvissuta ad Auschwitz – “Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza”.

Mi permetto – con massimo rispetto alla parlamentare, ma con schietta determinazione – di “pre mettere” allo scandalo dell’indifferenza la miseria dell’ignoranza.

Ignoranza intesa come “non conoscenza”, sovente certamente incolpevole, ma spesso implorata ad alibi morale e non di rado abilmente pilotata.

Per non prestarmi alla rituale sovraesposizione mediatica del più “famoso” campo di sterminio in terra di Polonia, desidero qui ricordare la follia dello sterminio di umanità perpetrato nei campi di Mauthausen-Gusen, Dachau, Bergen-Belsen, Buchenwald, Jasenovac….

Luoghi che ho visitato con commozione e rabbia perché il vaccino della nostra onorevole senatrice ha avuto (e continua ad avere) effetti platealmente differenti…

Ma così va il mondo e così la sua memoria.

Mauthausen, lager nazista costruito nell’omonimo comune, negli anni 40 del secolo scorso. Allora in terra germanica, ora in Alta Austria. Poco conosciuto e poco turisticamente “gettonato” poiché il “business turistico” ha privilegiato, nel tempo, altri percorsi e altri progetti evidentemente più remunerativi.

Similmente dicasi del campo di Dachau, lager nazista della prima ora (1933), oggi ampiamente disarticolato e ridotto a memoriale prevalentemente fotografico.

Del campo di Bergen-Belsen si conosce, generalmente, nulla: i meglio vaccinati ricordano che è stata la tomba delle sorelle Frank, Margot e Anna. Ed è solo il diario di Anna, divenuto letterariamente famoso, a scalfire il ghiaccio dell’oblio. Per gli altri infelici… il vaccino ha riservato (e tuttora riserva) solo un effetto placebo. Probabilmente perché uomini prevalentemente prigionieri politici, omosessuali, testimoni di Geova. Non solo ebrei.

O anche perché, in gran numero, prigionieri di guerra e, per di più, dell’esercito russo, quindi probabili bolscevichi e, per questo motivo, meno meritevoli di misericordia e pietà.

Del campo di Buchenwald il discorso sembra doversi dipanare come copia della memoria del campo di Bergen-Belsen.

Quanti ricordano che in quel campo di disumana follia è stata costretta a marcire, donna esile fra tante donne fragili, la principessa Mafalda, figlia secondogenita di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena del Montenegro?

Colpevole di essere figlia di un Re “traditore” e sposa di un principe tedesco (Filippo d’Assia-Kassel) al quale Hitler voleva “far pagare” le nozze improvvide con “una poco di buono”.

1945, incontro tra Pavelic e Stepinac

Del campo di Jasenovac la storiografia italiana degli eccidi umani, sempre del secolo scorso, è letteralmente, sistematicamente, ignominiosamente e scandalosamente muta.

Il campo di sterminio di Jasenovac (campo croato al confine con la Serbia), articolato in vari sottocampi, non fu – per torture, sevizie, crudeltà inflitte agli internati – inferiore ai più disumani campi di Germania e Polonia.

Per questo campo di sadica malvagità non ci sono però “vaccini” per la memoria.

Probabilmente perché i torturatori non erano tedeschi (erano Ustasha, milizie locali collaborazioniste delle forze di occupazione nazifasciste e al diretto ordine di Ante Pavelic, il dittatore “carnefice”), e oggi, prendersela con i loro “eredi morali” non sortirebbe l’effetto che ancora sortisce l’alimentare il “rimorso etnico” nei rampolli della Sig.ra Merkel.

Oppure perché, su circa 700.000 assassinati, “solo” circa il 5% era costituito da ebrei.

O, ancora, perché la criminale violenza fu inflitta principalmente a donne e uomini non cattolici.

E’ un campo che non ha camere a gas da offrire al cordoglio, forni crematori da esibire agli occhi della coscienza, poiché gli sventurati – dimenticati dagli uomini, ma anche da Dio – una volta cadaveri venivano gettati nella Sava.

Testimonianza diretta del personale a governo del residuale campo dei supplizi.

La memoria qui si rivela in tutto il suo atavico strabismo. E nella sua disonorevole parzialità.

Se mai ci fosse quel vaccino tanto auspicato dalla nostra senatrice sopravvissuta di Auschwitz, sarebbe comunque precluso per quegli sventurati di Jasenovac…. verso i quali, anzi, sarebbe di utilità storica – per la Chiesa di Roma – una vigorosa accelerazione del processo degenerativo dell’oblio.

Sarebbe così presto dimenticato che al comando del famigerato campo di sterminio ci fu – in scellerata compagnia di altri sordidi criminali – tale Miroslav Filipovic, un satanico frate francescano.

Un uomo di Dio che avrebbe dovuto essere emarginato dalla mano ferma e risoluta di Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo cattolico di Zagabria ai tempi di tante atrocità, o addirittura ridotto allo stato laicale dal Pontefice Pio XII.

Per Jasenovac e per il suo carico di feroce disumanità nessun “Treno della Memoria”. Ne ieri, ne oggi. Forse mai.

Bruno Guasco

 

(Le foto sono tratte dal libro  “The Yugoslav Auschwitz and the Vatican”)

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