Cantelli Anibaldi: «Io, la droga, San Patrignano, Novara e Borgna»

Fabio Cantelli Anibaldi – vicepresidente del Gruppo Abele, studioso di filosofia, scrittore e componente del comitato scientifico de Lavialibera – è tra i protagonisti di SanPa, docufiction di Netflix dedicata a San Patrignano. La serie prende spunto dal suo libro, autobiografico, Sanpa, madre amorosa e crudele (Giunti Editore, 2021) già pubblicato, a metà degli anni Novanta, con il titolo La quiete sotto la pelle e citato dallo psichiatra novarese Eugenio Borgna nel suo saggio Noi siamo un colloquio (Feltrinelli, 1999).

«Il mio primo incontro con Eugenio Borgna – ricorda Fabio – fu innescato dalla lettura – nel 1995, durante i miei ultimi mesi a Sanpa – di Come se finisse il mondo, libro sulla schizofrenia. Non avevo mai letto nulla di simile: uno psichiatra, che con un linguaggio di alta qualità letteraria interpretava casi servendosi ora di un verso di Rilke, ora di un frammento di Heidegger. Venni a sapere che Borgna avrebbe partecipato a un convegno a Faenza, chiesi all’organizzazione di poterlo intervistare per la rivista della comunità e lui accettò. Fu il nostro primo incontro e la nascita di una corrispondenza: conservo ancora alcune sue lettere scritte con una meravigliosa grafia ampia, dal tratto infantile. Poi me ne andai da Sanpa e tornai a trovarlo nella tarda primavera del 1996, a Novara, per portargli una copia di La quiete sotto la pelle, libro scritto nei mesi angoscianti prima dell’uscita da San Patrignano, libro che la comunità tentò – in parte riuscendovi – di boicottare, come racconto nell’introduzione della riedizione di quest’anno della Giunti. Borgna mi ricevette nel suo studio di primario dell’ospedale psichiatrico di Novara: ricordo il suo volto allungato spuntare da pile di libri, il suo sguardo mite, accogliente capace di illuminarsi di stupori assoluti, infantili. Una persona meravigliosa. Ricordo anche che mi regalò una copia di Correzione di Thomas Bernhard, scrittore che si sarebbe rivelato fondamentale per la mia formazione. Ma il culmine della gioia e della sorpresa arrivarono quando, nel 1999, acquistata una copia di Noi siamo un colloquio – titolo che riprende un verso di Hölderlin – scoprii che Borgna citava ampiamente La Quiete sotto la pelle sottolineandone il valore. Ricordo lo sconcerto provato nello scorrere la bibliografia finale e vedere il mio nome infilato tra giganti della letteratura e della filosofia. Borgna è stato l’unico “accademico” ad accorgersi di un libro che oggi sta attirando l’interesse di molti psichiatri e psicanalisti per l’interpretazione della tossicomania fuori da paradigmi consolidati, non come patologia ma come manifestazione dell’intrinseco dramma della condizione umana, cioè dell’amare una vita che a un certo punto ci espelle. Gli devo moltissimo, come devo moltissimo a Carlo Sini, altro maestro di pensiero e di vita. Durante il lockdown ho letto Il fiume della vita, libro in cui Borgna lascia parlare la propria memoria emotiva per raccontare la sua infanzia e successiva formazione di psichiatra e mi è venuta una struggente nostalgia della sua mitezza e profondità».

 

La tua storia è un vortice roteante con squarci di luce che si stemperano nelle ombre.

A Novara

Nulla è mai come sembra, tutto cambia all’improvviso: l’anoressia, la droga, la sieropositività, il recupero a SanPa, la fiducia tradita, la delusione. Questi temi – che nel libro qualcuno definisce «troppo duri per essere pubblicati sotto Natale, quando il lettori vogliono storie a lieto fine» – li hai rivelati, con lucida simmetria, agli studenti novaresi delle classi quarte e quinte degli istituti Bonfantini e Ravizza…(foto grande)

«È stato un incontro che mi resterà dentro. Ai ragazzi ho parlato non tanto di droga ma delle condizioni che possono portare a un incontro con la droga, ovvero delle meraviglie e dei rischi dell’adolescenza, stagione dell’anima in cui ci scopriamo come individui, esseri unici e insieme diversi. Una scoperta dalle conseguenze potenzialmente immense e non sempre governabili. Gli studenti mi ascoltavano rapiti e io, mentre parlavo, ero rapito dai loro sguardi: un’associazione non a delinquere ma a riflettere sulla problematica bellezza dell’esistenza umana. Terminato l’incontro alcuni hanno voluto pormi ulteriori domande: come sempre ne sono stato felice. L’avventura umana è fatta di domande, cioè di rinnovato stupore per il fatto stesso di essere vivi».

 

Torniamo al 2 aprile 1980. Hai davanti a te Fabio, diciottenne – da neanche un mese – pronto a farsi per la prima volta di eroina. Cosa senti di dirgli?

Con Lola

«Col senno di poi è facile e a conti fatti inverosimile perché c’è una profonda continuità tra il Fabio di allora e il Fabio presente. Sono quello che sono perché sono stato il diciottenne che, all’offerta di eroina da parte di una ragazza per cui aveva perso la testa, non ha esitato un attimo a dire di sì. E che qualche ora dopo, in un letto, ne ha respinto le avance rapito com’era dall’estasi prodotta da quella polvere prodigiosa. Voglio dire che tutto quello che ci accade nella vita, se non si tratta d’incidenti, accade perché lo vogliamo, volere che corrisponde a quell’oscura necessità che siamo soliti chiamare “destino”. Ma anche la reazione agli incidenti e alle “disgrazie” è in mano nostra, dunque in ultima analisi al destino. Occorre però intendersi: destino non significa esistenza già decisa e scritta ma costruita di volta in volta, più precisamente ogni volta che, di fronte a una decisione, scegliamo la strada più difficile, quella che conduce verso l’ignoto e non verso l’accertato, il sicuro, il risaputo. Se dunque diventiamo capaci di vivere all’altezza del destino restando a contatto con l’Altro e l’Oltre, finiamo per riconoscere la continuità della nostra vita, la sua intima coerenza e necessità. Se mi trovassi insomma di fronte al Fabio di allora che osserva Alida – così si chiamava la ragazza – intenta ad aspirare con la siringa il liquido che gli inietterà in vena, starei in religioso silenzio avvinto dalla grandezza della scena, dalla molteplicità di temi di cui è vivente simbolo, dal potenziale di vita nuova e diversa che racchiude. Può sembrare una risposta artificiale o letteraria, ma è la sola che mi consente una vita vissuta sempre cercando l’Altro e l’Oltre, il diverso e l’ignoto, una vita in cui mi riconosco al punto da non aver problemi oggi a definire meravigliosa. Meravigliosa non a dispetto ma proprio in virtù delle catastrofi e dei deserti che ha attraversato».

Con don Ciotti

 

Come è cambiato il tuo modo di fare esperienza della vita, del mondo, degli uomini e delle droghe alla luce della diagnosi di Aids?

«La scoperta, nel 1989, di avere un male incurabile cambiò radicalmente la mia prospettiva sul mondo e la vita, dunque anche il modo di farne esperienza. Preso atto che mi restava poco tempo mi venne naturale, superato lo smarrimento, smettere di coltivare progetti a lungo ma anche breve termine per concentrarmi sull’istante presente, sulla vita che accadeva in me e con me: unico tempo su cui non incombeva l’ombra della morte. Fu una svolta decisiva – quel dimenticare il “quanto” vivere per concentrami sul “come” – uguale, per importanza, al momento di estatica consapevolezza provato a un certo punto della reclusione nello stanzino del parco di San Patrignano, consapevolezza che incrinò in modo irreparabile il mio rapporto con la dipendenza. La consapevolezza d’essere non solo un “mortale”, ma una persona che presto sarebbe morta mi rese attento alla vita nel suo presente e costante fluire, facendomi scoprire, con meraviglia quasi infantile, quante cose straordinarie sfuggono a uno sguardo dirottato sul “dopo”, sul futuro e le sue aspettative. La coscienza di avere una malattia incurabile mi ha insegnato insomma la meraviglia del puro e semplice esistere orientandomi, come una stella polare, nella vita residua, facendomi distinguere l’essenziale dal superfluo, ciò che avrebbe dato senso a quella vita appesa a un filo e ciò che invece le avrebbe fatto sprecare il suo poco tempo prezioso e irripetibile. Devo anche aggiungere che nel mio rapporto con la malattia è stato importante l’avere assistito – quando ancora ignoravo di essere sieropositivo – i malati di Aids della comunità ricoverati all’ospedale Maggiore di Bologna tra il 1986 e il 1989. Ne ho visti morire tanti. E quando ho saputo di essere malato anch’io, sia pure asintomatico, presi con me stesso l’impegno di non fare com

Il 5 marzo 1988

e quei ragazzi che, dopo periodi di relativa serenità, al manifestarsi di una delle “infezioni opportunistiche” provocata dalla mancanza di difese immunitarie s’irrigidivano in un’angosciata difesa dal virus, lotta che sembrava scatenare la potenza del virus medesimo, che in pochi giorni portava a termine la sua opera distruttrice. Mi dissi che l’unica possibilità di vivere più a lungo e in modo decente era accogliere la malattia, accettarla come parte di me, viverla finché non si fosse stancata della convivenza uccidendomi. Direi che non si è ancora stancata, visto che conviviamo ormai da ben 32 anni».

 

Cosa è per te la verità e quanto conta la ricerca del vero?

«Per me verità è ricerca della verità. Mi è impossibile pensare alla verità come una “cosa” o una “proposizione”, qualcosa che sia possibile dire o possedere, e credo che le persone che la concepiscono in questo modo siano quelle che finiscono per volertela imporre, la “loro” verità, gli integralisti e i fondamentalisti di ogni genere. Rudi o violenti come i dittatori, o suadenti e seducenti come i demagoghi. Il punto è che la verità non è qualcosa a nostra disposizione: verità è conoscenza dell’altro e dell’ignoto. E siccome l’altro e l’ignoto sono inesauribili, si può dire che la verità è un cammino nell’«infinito altro» della vita. Infinito altro che, beninteso, ci abita e costituisce nel profondo, per quanto ci atteggiamo a giudici o spettatori, sicché la prima ricerca di verità deve essere quella relativa a noi stessi, ricerca che inizia col porsi una domanda che ammette solo risposte parziali, domanda di cui sapremo la risposta forse solo un istante prima di morire: «Ma io, chi sono?». Non a caso «E tu, dimmi chi sei?» è la domanda che Socrate rivolge a Protagora, l’uomo che sapeva rispondere a tutte le domande, il principe dei retori – cioè dei cialtroni – mandandolo così in crisi. La conoscenza di sé è la base di ogni altra conoscenza e ricerca di verità, e ancora non è un caso che sempre i Greci fecero scolpire sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, luogo d’iniziazione al sapere, tre essenziali parole: “Conosci te stesso”».

 

Una domanda che nessuno ti ha mai fatto ma alla quale saresti stato felice di rispondere.

«Questa tua è una domanda cui avrei risposto con piacere fino al 30 dicembre dell’anno scorso. Dopo è diventata superflua, superata dagli eventi, perché quel giorno è stata messa in onda su Netflix la docu-serie “Sanpa” girata da Cosima Spender, cioè l’inizio per me di un inatteso e perdurante sconvolgimento: la mia vita è stata investita prima da un flusso e poi da uno “tsunami” in forma di attenzione e domande e richieste di vario genere dagli ambiti più disparati. Da allora non c’è stata dunque domanda che non mi sia stata rivolta – mancano all’appello solo quelle sulle mie preferenze calcistiche e culinarie. A parte gli scherzi, continuo a chiedermi quale sia la ragione di tale attenzione e, cercando di guardarmi con gli occhi di un altro, mi rispondo che forse sta nel mio essere percepito come un animale strano, indefinibile o comunque irriducibile ai “modelli” e codici correnti, linguistici ma anche estetici. Sta forse nell’apparire come una strana convergenza o comunione di opposti definibile solo per ossimori, il più bello dei quali è l’«uomo magrissimo e ingombrante» coniato da Alessia Siciliano, giovane scrittrice conosciuta in un incontro con gli allievi della scuola “Holden” di Torino. Comunione di opposti, credo, figlia di una natura anfibia che ho sentito l’urgenza di manifestare quando – un paio di mesi dopo l’uscita della docu-serie – ho avvertito il rischio d’essere associato solo all’immagine del testimone pacato e tormentato che parla nella stanza d’albergo di Rimini scelta da Cosima Spender come luogo più idoneo per la messinscena del mio corpo-anima. L’occasione per mostrare l’altro volto del testimone dolente è stata l’intervista che mi h proposto la rivista “Rolling Stone”, argutamente intitolata “Sanpa, droga e rock’n’roll”. Intervista in cui ho parlato anche, anzi soprattutto, del Fabio prima dell’incontro con l’eroina, il Fabio adolescente difficile da scorgere dietro la figura dell’eremita in quella stanza d’albergo. Adolescente che spiritualmente e non solo – la mia struttura fisica è la stessa di allora, così come la cura e l’estro nel vestire – continua a vivere in me in un continuo pendolo tra commedia e tragedia, o meglio tra commedia tragica e tragedia comica: Zelig e Gregor Samsa in una sola persona. Tutto questo, a distanza di un anno, continua a sconcertarmi: se prima la mia aspirazione era tradurre la vita in letteratura – cioè dirne l’epica e l’incanto – ora che la vita pare già manifestarsi in forma letteraria il problema è testimoniarne la realtà e autenticità. Infine credo che un ulteriore motivo dell’attenzione che mi viene rivolta stia nel fatto che le risposte alle domande che mi vengono poste si rivelino presto a loro volta domande, risposte che non concludono ma riaprono la partita su un altro piano, spiazzando l’interlocutore e rendendolo così ancor più curioso. Capacità di spiazzare che credo provenga dalla passione per l’esercizio filosofico, il quale nella sua essenza è un abitare la domanda, un domandare non per rispondere ma per capire. E tra la risposta e la comprensione c’è la stessa distanza che separa il giudicare dal conoscere».

Michela Chioso

 

 

Love
Haha
Wow
Sad
Angry

1 COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here