Claudio Bossi: «La scuola vive di legami fisici e interpersonali, non di Dad»

Caro direttore,

mi dicono che le lettere per essere prese seriamente in considerazione debbono iniziare così, ho deciso di prendere, in modo figurato, carta e penna per affidare a Lei, e a chi altro vorrà leggermi, alcune brevissime considerazioni in relazione al rapporto tra le differenti priorità che l’emergenza pandemica ci ha obbligato a porre a confronto.

Se è pur vero che “primum vivere deinde philosophari” altrettanto vero e che, ottenuto il vivere necessiteremo di saper “philosopari”.

E chi lo farà?

Caro Direttore, il problema è tutto qui. Da sempre, ogni governante, più o meno convintamente, così come ogni studio e/o ogni statistica, indicano nella necessità di investire nell’istruzione uno dei grandi temi per non dire il fondamentale tema per garantire sviluppo, economico e sociale al Paese.

Abbiamo, negli anni, assistito impotenti e silenti, e forse per questo saremo maledetti dalle generazioni future, all’introduzione della follia del numero chiuso (ed oggi mancano medici), a riforme scolastiche sempre meno condivisibili, allo scambio della formazione culturale, sociale ed umana con la rincorsa ad un sistema sempre più imperniato, e mi verrebbe da dire arrotolato, su di una ricerca, scimmiottante e poco prolifica, di altri sistemi scolastici certamente meno incentrati su di un sapere “umanistico” a tutto tondo ma protesi verso un sapere settoriale, senza accorgerci che le grandi compagnie internazionali e mondiale sceglievano invece i nostri laureati, ovvero coloro che erano formati dal nostro modello scolastico, ritenendoli “problem solving” dotati di capacità di visione larga, non settoriale e per questo in grado di affrontare ogni e qualsiasi avversità

Ora, caro Direttore, questa fola, anche in forza dell’epidemie, pare aver preso ancor più piede e rischia, ad epidemia terminata, di diventare pensiero unico ed imperante.

La Scuola, intesa come luogo di rapporto formante che nasce e vive dell’esistenza di legami fisici ed interpersonali tra docente e discente e tra discenti (non serve scomodare i grandi filosofi e pensatori per convincersene essendo sufficiente pensare ai nostri professori ed alla profonda traccia che essi hanno lasciato in noi per capire l’importanza di questo rapporto), viene lentamente sostituita da un freddo acronimo DAD (didattica a distanza) che elimina il rapporto “fisico” ritenendolo, all’evidenza, un di più non necessario alla formazione.

Dal film “L’attimo fuggente”

Ora non è che io non comprenda l’esistenza di ragioni tali dal consigliare la limitazione delle frequentazioni e dei rapporti inter personali, ma mi pare che la vicenda scolastica meritasse maggiore attenzione rispetto alla procedura fatta di tagli draconiani cui abbiamo assistito.

Imporre il 50% di DAD, d’amblè si direbbe ad un tavolo di gioco, per poi portarlo ad un 75% altrettanto semplicisticamente indicato sia davvero un modo di procedere non condivisibile.

Certo, il taglio della scuola (perché così dovrebbe essere chiamato se si amasse chiamare le cose con il proprio nome) non ha causato, ne ahimè causerà, rumorose manifestazioni di piazza: anzi, forse causerà momentanei momenti di trascurabile euforia a qualche giovane che, giustificato in forza dell’età, vivrà la DAD come un’occasione per godere di qualche minuto di riposo in più; ma a noi, a quella che dovrebbe essere la classe dirigente di questo Paese dovrebbe incutere terrore.

A colpi di DAD richiamo di allevare una generazione di freddi tecnocrati, di uomini tecnicamente sapienti ma privati della capacità di conoscenza vera che può derivare solo dal confronto umano, da quel rapporto docente discente che, dai secoli, fa crescere l’Uomo.

Inutile commuoversi per “l’attimo fuggente” se poi quell’attimo non sappiamo coglierlo anche nei momenti più bui.

Mi dirà: ma come possiamo fare a garantire didattica in presenza in tempo di COVID?

La risposta più stupida che potrei darle è che non è compito mio indicare le soluzioni; invece provo a tratteggiarne alcune che, ovviamente, soffrono delle mie inclinazioni personali e politiche.

La prima: con un patto di straordinaria solidarietà sociale gli imprenditori che svolgono servizio di trasporto extraurbano pongono a disposizioni i propri mezzi per effettuare il trasporto degli studenti e solo il trasporto degli studenti che, per vero, presso le scuole di appartenenza sono correttamente e sapientemente irregimentati.

I costi del servizio potrebbero essere trasformati in credito fiscale

La seconda, mecenati e fondazioni sovvenzionano le aziende di trasporto pubblico scommettendo sulla necessità del Paese dii dover formare il proprio futuro.

Le sovvenzioni così versate divengono credito di imposta integrale così come quelle erogate a favore di teatri e/o società sportive.

La terza, draconiana; si procede con decreti (attività in cui il Governo eccelle) e si indica quale obbligatoria la messa a disposizione di mezzi e pagando, invece che cassa integrazione, stipendi ed indennità agli autisti.

Se si crede nell’istruzione ce la si può fare.

Grazie

Claudio Bossi

Love
Haha
Wow
Sad
Angry

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here