Fondazione Coccia, danzano sul palcoscenico le cifre del “buco”

Parlare dei conti della Fondazione Coccia non è facile perché le cifre ballano come… danzatrici sul palcoscenico del massimo teatro novarese, visto che non è mai stata presentata una relazione e una rendicontazione precisa (così disse l’assessore alla cultura Emilio Iodice nel corso dell’ultima commissione consiliare, quella che vide la presidente Carmen Manfredda sola contro tutti) . Il che consente a chiunque di proporre lo scenario che più gli fa comodo, magari accollando debiti alla gestione del Cda precedenti (e sotto la direzione di Renata Rapetti), dimenticando che la gestione caratteristica (ovvero la differenza tra i ricavi per attuare la prestazione oggetto dell’attività della Fondazione e le spese per realizzarle) dell’attività del Coccia sotto Renata Rapetti era stata sempre positiva (almeno negli ultimi esercizi, se la memoria non ci inganna). E dimenticando che quella del 2018 è in forte passivo. Di quanto? Boh, potrebbero anche essere 800 mila euro, ma forse in questa cifra ci sono anche i costi delle quote di ammortamento die mutui contratti per pagare i debiti, quelli sì documentati, della gestione-Pesta). O forse no.

Sta di fatto che la situazione della Fondazione sta diventando esplosiva, se è vero che la Corte dei conti ha ben specificato che i debiti se li deve pagare il Coccia. Come? E qui sta il nodo centrale: per motivi che non stiamo più a spiegare (ma che chi ha letto gli innumerevoli articoli che abbiamo scritto sulla questione ben sa), tra la città e il Coccia si è creata una frattura che impedisce al mondo culturale novarese di sentirsi parte di un progetto e quindi di intervenire anche economicamente. L’unica strada per uscire dal cul de sac in cui la Fondazione si è infilata, anche perché nella bozza di convenzione predisposta dal Comune è ben indicato come (comma 3, art. 3) “nella relazione annuale dovranno essere indicate le modalità per la copertura delle perdite pregresse”. E’ impensabile che la cosa possa accadere con un presidente sfiduciato da tutto il resto del Cda e in urto con quell’ente (il Comune) che l’ha nominata e in mancanza di proprietà di cui poter disporre.

 

Attilio Barlassina

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