L’amore ai tempi del coronavirus

Giusy Trimboli, giornalista di VideoNovara, ha realizzato questa interessante intervista, che ha concesso in pubblicazione a Tg Novara

Ci sono test che il coronavirus sottopone alle coppie a distanza. Ne sa qualcosa Nicola Sodano che, dopo 16 giorni a Manila, proseguirà a Cerano le settimane di quarantena. Ma facciamo qualche passo indietro. Nicola ha 45 anni ed è un tecnico di un’azienda del Novarese. Parte per il Belgio per una trasferta di lavoro e decide di non rientrare in Italia con il collega, ma di raggiungere l’amata Nuraima nelle Filippine. Perchè? Per sposarla, ovviamente.

Atterrato a Manila, con i preparativi da ultimare, cosa è successo?

«Arrivo a Manila dopo un viaggio abbastanza tranquillo, nonostante la situazione in Italia e nel mondo stesse peggiorando. Ricordo le numerose domande al check-in a Bruxelles, dove ho dovuto dare prova della mia assenza dall’Italia da almeno 15 giorni. Dopo soli 4 giorni la città filippina viene messa in lockdown, con mezzi e uffici pubblici chiusi e noi impossibilitati a muoverci da un quartiere ad un altro, figuriamoci lasciare la città».

Come si viveva lì, sapendo cosa accadeva in Italia?

«Sa, essendo chiusi in appartamento ed essendo consentito solo comprare i beni di prima necessità, avevo molto tempo per controllare le notizie, direi quasi 10 volte al giorno; oltre alla preoccupazione per le morti e i contagi in crescita, ci chiedevamo – una volta sposati – se poi effettivamente ci avrebbero rilasciato i visti per l’Italia, considerata la grave emergenza. Inoltre Nuraima non abita a Manila ma nell’isola di Tawi Tawi, nel sud del paese, impossibile comunque da raggiungere a causa del lockdown».

Come avete reagito all’evoluzione e alle restrizioni dettate dalla pandemia? 

«Eravamo preoccupati e tristi, ma allo stesso tempo felici di poter trascorrere del tempo insieme, poiché avevo già rimandato il viaggio due volte, la prima a dicembre per motivi di salute, la seconda a gennaio a causa dell’eruzione del vulcano Taal. Il nostro programma era sposarci e registrare il matrimonio in ambasciata, quindi aspettare gli 11 giorni necessari per le pubblicazioni a Palawan, un’isola bellissima nelle Filippine, rientrare a Manila per trasmettere il certificato di matrimonio in  Italia e fare la richiesta di visita per Nuraima».

Quindi niente matrimonio. Le disavventure sono proseguite nell’organizzazione del viaggio di rientro in Italia. Chi l’ha seguita nelle pratiche necessarie?

«Io sarei dovuto rientrare in Italia il 1° aprile, lei due o tre settimane dopo mi avrebbe raggiunto, ma già dal 13 marzo quasi tutti i voli per Milano erano stati cancellati. Io ero molto incerto sul da farsi, l’epidemia era molto ridotta nelle Filippine, per cui speravamo nella riapertura degli uffici e di riuscire almeno a sposarci. Invece la situazione continuava a peggiorare con celerità in Europa e anche a Manila: avevo così spostato il volo di rientro a Nizza, con grande disagio per arrivare a Milano, su consiglio dell’ambasciata. Ma, niente, da lì a breve avrebbero cancellato i voli anche con destinazione Francia e Germania: si trovavano solo voli a prezzi astronomici e senza la certezza che non venissero cancellati e senza che fossero rimborsati immediatamente, ma con voucher utilizzabili in due anni. Mi stavo orientando sul rimanere bloccato lì come altri italiani che ho conosciuto poi al rientro (con diversi problemi, dal lavoro alla scadenza del visto). Ma come sarebbe stata la situazione sociale? Nelle Filippine non ci sono ammortizzatori sociali e ferie retribuite, per cui se la gente non lavora non percepisce soldi; certo il governo distribuiva derrate alimentari, ma per le strade aumentavano le persone che chiedevano denaro, in modo pacifico. Insomma, mi chiedevo se con il protrarsi del lockdown non sarebbe diventato pericoloso per uno straniero restare lì e d’altro canto non avrei voluto lasciare Nuraima da sola, lontana da casa, anche se avevamo un appartamento con le guardie giurate all’ingresso. Venerdì 27 marzo mi contatta l’ambasciata dicendomi di aver organizzato un volo charter per Milano, mi consigliano di prenderlo, poiché secondo loro fino a maggio inoltrato non ci sarebbero stati altri voli. Ero molto combattuto sul da farsi, ma poi ho pensato a cosa sarebbe accaduto se l’emergenza si fosse protratta oltre. Per cui ho deciso, non a cuor leggero, di rientrare anche se non riuscivo a trovare un mezzo di trasporto per l’aeroporto. Ringrazio di cuore l’ufficio consolare di Manila che mi ha trovato un autista disposto a portarmi e che ci ha seguito in aeroporto dove c’era abbastanza confusione (anche le altre ambasciate avevano organizzato voli di rientro per i connazionali)».

Ora, come si sente a casa ma lontano dal cuore? Come restate in contatto e che momenti della giornata condividete?

«Sono rientrato lunedì e ci videochiamiamo 4 o 5 volte al giorno, sperando sempre che questa emergenza finisca al più presto: chiederemo un visto turistico per lei anche se la procedura è più complicata, sperando poi di riuscire a sposarci in Italia».

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