Mario Giarda e il “mese vissuto pericolosamente” da tutti quanti

Il mese vissuto pericolosamente – da fine febbraio è scattata l’emergenza coronavirus – ci mette davanti soprattutto a una domanda. Quando potremo stringere di nuovo la mano a una persona, abbracciare un amico, baciare chi si ama senza paura, senza il maledetto sospetto faccio bene o faccio male, lo infetto o mi infetta? Quando riusciremo di nuovo a fidarci gli uni degli altri, cancellando la nube ansiosa che da giorni ci avvolge e ci penetra? Tra i tanti disastri del periodo, questo non è il minore. L’impressione è che stiamo vivendo tutti come dentro a una palude, timorosi a ogni passo di essere inghiottiti dalle sabbie mobili. Facciamo una grande fatica a vedere che oltre la palude ci sono ancora i fiori e i colori della primavera. Ci sono, lo sappiamo, ma sentiamo che sono distanti. Per quanto ancora?

Il mese vissuto pericolosamente è fatto anche di canzoni struggenti cantate ai balconi e di comportamenti dissennati ai supermercati. Merci arraffate con ingordigia, madri e figlie pronte a colpire in coppia: la mamma spingeva il carrello, la ragazzina spedita a strappare l’ultimo pezzo di formaggio al pensionato imbranato. Senza alcun rispetto né delle disposizioni, né del prossimo. Viste con i miei occhi.

Il mese vissuto pericolosamente ci ha fatto capire e apprezzare il valore della nostra sanità, dei nostri ospedali, dei nostri medici, infermieri, di tutto il personale impegnato allo stremo in questa guerra. Ne beneficiamo tutti, compresi quelli che non pagano le tasse.

Il mese vissuto pericolosamente sono le strade semideserte di Novara e di tutta la provincia, le Forze dell’Ordine – non sempre dotate di mascherina e guanti – che controllano i veicoli, le prime macchine agricole al lavoro nei campi a preparare le risaie. La natura rinasce, sarà così anche per noi? Ci dobbiamo sperare. Per intanto mi viene in mente uno slogan che si urlava in alcuni cortei della mia giovinezza: “La Cina è vicina!”. Non immaginavo così tanto, mezzo secolo dopo.

Mario Giarda

 

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