Musi: «Non ho ucciso io Leonardo»

«Quando Leonardo è morto, io dormivo»: con queste dichiarazioni Nicolas Musi (nella foto) ha di fatto accusato la mamma del piccolo, Gaia Russo, di essere l’assassina. Tutti e due, Musi e Russo, sono accusati di concorso nell’omicidio del piccolo, morto a causa delle botte ricevute il 23 maggio del 2019.

L’udienza di questa mattina, mercoledì, davanti alla Corte d’assise di Novara è stata interamente impiegata per raccogliere le dichiarazioni di Musi, che finora si era sempre avvalso della facoltà di non rispondere quando era stato sentito durante l’inchiesta.

Lunedì sarà invece ascoltata Gaia Russo, che durante le indagini aveva accusato il compagno del delitto.

Oggi Musi ha ripercorso (in quasi sei ore) la storia della sua relazione con la giovane, a partire dai primi incontri ai tempi delle medie fino alla convivenza iniziata nel marzo del 2019, dopo qualche sporadico incontro in precedenza, per arrivare a quel drammatico 23 maggio 2019 quando Leonardo venne ucciso a soli 20 mesi. Una serie di dichiarazioni che più di una volta sembrano stridere con quanto dichiarato dai vari testimoni ascoltati durante il processo.

Musi ha ammesso di aver colpito pesantemente in due circostanze il bambino e non avrebbe potuto far diversamente, vista l’evidenza delle prove fotografiche e il fatto che in casa con Leonardo c’era solo lui.

La prima volta il 17 maggio 2019: «Ho perso la testa perché era piagnucoloso, noioso e a un certo punto l’ho colpito con due schiaffi molto forti, per di più tenendo in considerazione il fatto che  avevo un grosso anello a entrambi le mani. A Gaia ho detto che Leonardo si era fatto male a causa del lettino rotto ma era una scusa».

La seconda volta tre giorni dopo: «Lo stavo lavando nel lavandino e lui non stava fermo e allora l’ho sollevato di peso e per due volte l’ho scaraventato contro il rubinetto e poi l’ho colpito con un ceffone». Il risultato è stato un gravissimo ematoma ai testicoli del piccolo e un labbro spaccato.

Sollecitato dal pm, Silvia Baglivo, più volte Musi ha sottolineato che Gaia Russo non l’ha mai rimproverato per la violenza nei confronti del figlio: «Io mi sentivo uno schifo, lei invece non mi ha mai detto nulla. Mi aspettavo un comportamento diverso». Un fatto provato dalla circostanza che in entrambi gli episodi Gaia ha “coperto” il compagno, evitando di portare il figlio al pronto soccorso: «Non volevamo che potessi andare incontro a guai seri per i maltrattamenti» ha ricordato Musi.

Maltrattamenti sì, ma nulla a che vedere con l’omicidio. «La notte tra 22 e 23 maggio – ja sostenuto Musi – l’ho passata con un amico tra “canne” e cocaina e verso le 4 di mattina mi sono addormentato sul divano. Sono stato svegliato dalle urla di Gaia, sono corso in camera e c’era Leonardo a terra. “E’ caduto dal letto” mi ha detto e io ho provato solo a cercare di rianimare il piccolo, mettendolo sotto l’acqua del rubinetto. Poi l’ho consegnato a lei, che nel tornare in camera gli ha fatto picchiare il capo contro lo stipite della porta. Poi ha detto “Ma cosa ho fatto?”, ma sul momento non ci ho fatto caso».

L’imputato ha sostenuto di non aver avuto dubbi sulla versione della compagna, fino alla serata del 23 maggio, quando i due si erano ritrovati in Procura. Non ha però saputo spiegare, come gli ha contestato il pm, come mai in precedenza avesse concordato con Gaia la versione da dare in Questura («Eravamo tutti e due in soggiorno, quando Leo è caduto dal letto») se davvero si trattava di una semplice caduta. «Volevo proteggere lei» ha provato a dire, ma la contraddizione è evidente.

Su tutta la terribile vicenda aleggia la droga: consumata da Musi e dai suoi amici, venduta da Musi con l’aiuto di Gaia. Un piccolo spaccio che era la sola fonte (minima) di reddito della famiglia.

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