Regolamento di polizia urbana, ecco cosa non va

Forse l’obiettivo era positivo, quello di razionalizzare, in un unico testo, una serie di materia già trattate con ordinanze sindacali, ma certo il risultato è stato un Regolamento di polizia urbana che dà l’idea di essere uno strumento repressivo, che vieta comportamenti considerati finora più che leciti (si pensi al legare le biciclette a pali segnaletici o altro; una misura antifurto che tutti hanno sempre adottato) con l’obiettivo di rendere la città più decorosa.

Sono 60 articoli, con decine e decine di disposizioni, che se fossero davvero applicate disegnerebbero una città sotto un regime di polizia. Peccato, perché per molti versi è un buon Regolamento ma gli ‘scivoloni’ fanno dimentica tutto il resto.

L’idea poteva essere apprezzabile (e molti articoli sono certamente condivisibili, mente altri paiono superflui), certo è scivolato il piede dalla frizione e il documento si è… schiantato.

E’ meglio entrare nel dettaglio di quelle norme che paiono più criticabili.

Gramellini, sul Corriere dela Sera, nel suo spazio quotidiano si è occupati del Regolamento

Il comma “e” dell’art. 11 è quello che ha portato Novara sui tutti i giornali e i siti on line d’Italia, una città messa alla berlina perché si dice che è vietato “mostrarsi in pubblico in abiti che offendano il comune senso del pudore”. Un comma di cui davvero non si sentiva la necessità.

Ma c’è anche il comma “h” che vieta di “esporre alla vista del pubblico da finestre, balconi o terrazze, o altri luoghi prospicienti le vie pubbliche e luoghi aperti al pubblico, abiti, biancheria e simili”: premesso il fatto che, passeggiando per la città, non si notano in maniera particolare magliette o mutande stese ad asciugare, ma perché obbligare la gente che non ha altri spazi a tenersi il bucato bagnato in casa?

L’art. 12 comma h è quello che vieta di “legare i velocipedi a pali, tabelloni per affissioni o elementi di arredo urbano o, comunque lasciarli ivi ‘parcheggiati’ o abbandonati”: ogni commento è inutile.

Addio anche alla comunicazione di eventi attraverso la pubblicizzazione grazie alle vetrine dei negozi: il comma “c” dell’art. 15 recita: “Divieto di affissione esterna e interna alle vetrine, di manifesti, volantini, post-it e avvisi vari, fogli di giornale”.

Veniamo agli artisti di strada, la cui attività è regolata dall’art. 29, che al comma 4 prevede che si possa esercitare “nello stesso luogo per una durata non superiore a due ore, trascorse le quali un’eventuale nuova esibizione dovrà avvenire a non meno di 200 metri lineari di distanza o a non meno di due ore dalla fine della precedente esibizione”; un’altra norma di cui non si sentiva la necessità. Per fortuna viene ammessa la raccolta di fondi ‘a cappello’.

Una norma controversa è quella prevista dell’art. 34: “è sempre vietata agli esercenti di attività artigianali del settore alimentare, circoli o altri punti di ristoro la vendita per asporto di bevande di qualsiasi genere in contenitori di vetro, fatto salvo il consumo sul posto unitamente ad alimenti”. La questione è spinosa: gli artigiani possono chiedere di destinare una minima superfice del proprio laboratorio-negozio alla vendita e si considerano in questo caso come commercianti. Per cui, se un panettiere vende una bibita in bottiglia in quel momento è commerciante e non più artigiano: può essere sanzionato?

Siamo certi che il buon senso che guida questa amministrazione opererà anche in questo caso, con le opportune modifiche almeno a questi punti che paiono davvero privi di significato. Senza dimenticare che sarà impossibile sanzionare questi comportamenti, se non una tantum: non basterebbero nemmeno dieci volte i vigili attuali

 

Love
Haha
Wow
Sad
Angry

1 COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here